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Anche se non
differisce molto da altre località, la
vendemmia a Nicotera, ma più
precisamente nelle frazioni Comerconi,
Preitoni e Badia, si fa ancora in
maniera manuale.
I grandi vigneti solitamente posti in zone
pianeggianti, ma spesso anche in zone
terrazzate che si affacciano sul mare,
si popolano nel mese di ottobre di
intere famiglie e dei loro collaboratori
i quali danno vita ad una delle più
belle feste a stretto contatto con la
natura.
E’ la vendemmia, appunto, che riesce a
trasformare questioni commerciali in
mero valore affettivo proprio perché il
vino prodotto da queste particolarissime
uve tipiche della macchia mediterranea,
il gaglioppo tondo, gaglioppo canino,
ecc. diventa un bene di famiglia che
spesso è destinato al consumo interno e
al ristrettissimo mercato locale.
Ma la vendemmia diventa anche un momento
folkloristico di notevole importanza,
proprio per il fatto che ancora oggi
sono le donne che giocano un ruolo
importante durante questo processo
produttivo; trasportano l’uva sulla
testa con il tradizionale bardu o rivaci,
pensano al pranzo di tutta la squadra,
sono determinanti nella raccolta e nella
selezione dei migliori grappoli d’uva
che poi si trasformeranno in squisite
marmellate (utilissime nel periodo di
pasqua per la produzione dei dolci
tradizionali le pie,
o semplicemente per la degustazione a
tavola o ancora per graditi regali ad
amici e parenti. Insomma senza la figura
femminile la vendemmia non sarebbe mai
così caratteristica.
Subito dopo la raccolta, l’uva viene trasportata al
palmeto dove subirà la pigiatura e l’eliminazione dei graspi e diventerà
mosto. Il mosto prodotto dalle nostre
parti, per schiacciamento attraverso un
torchio, è un composto veramente corposo
e forte che l’esperto e attento
produttore non perde mai di vista
durante questi giorni controllando il
colore (che determina il grado alcolico)
e aggiungendo, con molta cautela e
tantissima competenza, l’anidride
solforosa che serve a tenere sotto
controllo lieviti e batteri (trattamento
di solfitazione).
Nei periodi di crisi della civiltà contadina il vino
veniva fatto anche con la “fezza”
(feccia) c’erano dei veri e propri
amanti di questa trasformazione che una
volta tolto il vino dalla botte veniva
raccolta la feccia e successivamente
fatta essiccare al sole.
Dopo di che al bisogno veniva
trasformata in vino.
I produttori di vino che volevano vendere il proprio
prodotto mettevano sull’uscio della loro
cantina un ramo di arancio (a frasca) i
più furbi cambiavano il ramo più volte
per indicare che era da poco che avevamo
iniziato la vendita e che se i clienti
non si affrettavano sarebbero rimasti
senza.
Sono molte le descrizioni che si potrebbero fare
sulla vendemmia e delle sue fasi, ma per
esigenza di sintesi concludiamo dicendo
che dopo tutti questi sforzi il primo
bicchiere di vino (il novello)
solitamente si beve, sempre per
tradizione il 11 di Novembre
accompagnato da calde e squisite
caldarroste, giorno di San Martino.
A san Martino ogni mosto è vino
A san Martino si lascia l'acqua e si
beve il vino
Per san Martino si spilla il botticino
Per san Martino cadon le foglie e si
spilla il vino
A bona tila finu a pezza, u bonu vinu
finu a fezza.
Quando u cantineri è subba a porta voli
diri ca u vinu è acitu.
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